Questa mattina il cielo si specchia nel lago e imbianca l’aria di grigi e di azzurri. Proprio davanti alla penisola, la piccola penisola amata dal Poeta, il sole irrompe come un faro nell’oscurità, è una breve esultanza di ori subito sopraffatta dal cielo greve.
Il sonno ieri sera è giunto all’improvviso, sintomo di una stanchezza che meriterebbe ben altre soste. Ho sognato una compagna del mio Partito, una compagna calabrese, da quel che so molto attiva a Roma. Teneva un comizio, col piglio e le parole d’altri tempi. La gestualità di una Dolores Ibárruri, lo sguardo intenso di una Nilde Iotti. Un discorso appassionato, con quella sua bocca larga che mi ha colpito, ché pare sempre sull’orlo di una risata felice. E tuttavia non ricordo cosa dicesse. Mi è sempre così difficile ricordare i sogni al risveglio. In qualche modo questo sogno dev’esser stato sollecitato dai tanti tormenti di queste giornate. Il lavoro che mi costringe a faticose apnee. La vita familiare così impervia. E ancora una volta dovrò assumere decisioni difficili nel Partito che dirigo, decisioni che vorrei evitare. Ancora una volta mi trovo solo a doverle assumere.
Un tempo lasciai tutto per abbracciare una vita nuova. Fu una delle tappe più formative, una di quelle esperienze che mi hanno aiutato a uscire dall’aridità della mia esistenza di prima. Durò lo spazio di tre primavere e quando tornai ero un altro uomo. Di quel periodo della mia vita ricordo i silenzi, soprattutto, quei grandi silenzi che mi accoglievano al risveglio. Il silenzio di certi pomeriggi d’estate. E certe primavere al tramonto. Eppure mai il silenzio era sempre e solo silenzio. Anche il Big Bang fu silenzio all’inizio, silenzio assoluto, e poi fu incontrollato fragore, un frastuono che raccontava la vita nascente e che ad essa si accompagnava essendone espressione. Da allora mai il silenzio è tornato a esser solo silenzio. Ricordo ancora, come fosse oggi, il rintocco di una campana che squarcia la notte nel gelo dell’Appennino. Non ho più incontrato una notte più oscura e più fredda di quella. C’era sempre un rumore di sottofondo in quel silenzio, una sorta di eco remota, a rammentare il mondo con i suoi travagli. C’era sempre il mormorio remoto di una fontana in quelle sere di primavera. E il ronzio laborioso di un’ape nella calura di quei pomeriggi d’estate. L’uomo è fatto per il mondo e non può esser concepito lontano dal mondo. Ogni esperimento di ripudio della realtà, che sia la vita sociale di una metropoli o la relazione interessata di un pugno di condòmini, i più elementari e i più sofisticati strumenti di comunicazione, una vecchia radio a transistor o la versione più evoluta di un computer che mi permette di parlare con l’altro capo del Pianeta, la partecipazione al governo della Città, ogni esperimento di ripudio della realtà è destinato a fallire, perché l’uomo è nato per relazionarsi ai propri simili, all’interno di
<questa terra dolorosa, drammatica e magnifica>.
E allora la sofferenza, il dolore, non risiedono nel mondo e nei suoi strumenti, ma nel modo in cui ci relazioniamo col mondo e facciamo uso dei suoi strumenti. Tutto è bello. Dovrei sempre farne memoria. Soprattutto quando tutto pare farsi complicato e nel cammino incontriamo ciottoli che vorremmo scansare. Tutto è bello.









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