La prima volta che sentii parlare della Strage di Piazza della Loggia fu nei giorni immediatamente successivi. Ricordo la casa, ricordo l’ora e ricordo la televisione, e alla televisione le immagini in bianco e nero con quelle parole spezzate da un’esplosione e un fumo bianco sopra una piazza che non conoscevo. Avevo 7 anni e non capivo molto, però davanti a quelle immagini lo sguardo sul volto degli adulti si faceva scuro. Dopo qualche mese avrei lasciato il Sud e il mare, e sarei andato ad abitare in un paese che, mi dicevano, stava vicino a quella piazza. Così quelle immagini in qualche modo divennero parte della mia infanzia, e anche quel viaggio in treno che ci conduceva al Nord, lo ricordo, perché venne in mezzo a tanti attentati sui treni, e a noi bambini l’avevano raccontato.
Col tempo avrei imparato a conoscere quella piazza e la stele che segna il luogo dell’esplosione, e la morte di quelle otto persone.
Voglio essere sincero: non ho mai amato le celebrazioni del 28 maggio in Piazza della Loggia, e così dopo il Liceo ho sempre evitato di assistervi. Ne condivido il valore civico certo, i fiori, la sfilata delle delegazioni che rendono omaggio, i rintocchi della campana, il silenzio, tutta la solennità della cerimonia laica. E quest’anno anch’io ero in delegazione. Ma quelle celebrazioni proprio non le amo. Alla stele dei caduti preferisco sostare in certe mattine d’inverno, in cui talvolta mi capita di passare per lavoro da quelle parti, quelle mattine di sole e di freddo quando Brescia è presa nei propri mille affari. Ecco in quelle mattine in cui attraverso i portici, il mio passo rallenta, lo sguardo si posa come per caso sulla stele solitaria, nessun fiore in quei giorni, nessuna fotografia, pochi passanti. Mi fermo un istante e penso alle compagne e ai compagni morti. Alcuni erano giovani, con tutta la vita davanti; altri erano già avanti negli anni e, chissà, magari pensavano agli ultimi anni della vita con la pensione e i nipoti. Mi fermo e penso a loro, e penso a quegli altri che hanno fatto la loro vita più o meno indisturbati, e magari ancor oggi se ne vanno in giro liberi, perché anche questa strage dopo 37 anni resta senza colpevoli, senza responsabili. La sosta è breve, poi riprendo il cammino, la stele ormai alle spalle, il pensiero già al lavoro. E la coscienza che questa storia fa parte anche della mia vita, da 37 anni.









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