Una lettrice da poco giunta a La tenda nel deserto mi scrive parole d’apprezzamento nei commenti e pare immaginare chissà quali mie affinità con gli uomini del deserto, gli uomini blu, i tuareg. Quando aprii La tenda nel deserto, spiegai ai miei lettori l’originalità di questo nome. Ma è passato tanto tempo e nel pellegrinare di piattaforma web in piattaforma, di oasi in oasi mi vien da scrivere, scopro adesso che quell’antico post s’è smarrito. Ne conservo solo l’immagine qui a lato. Ecco allora una spiegazione, per questa nuova lettrice e per quei pochi altri a cui possa interessare.
All’inizio di tutto fu un evento triste e traumatico come può essere un licenziamento. Un licenziamento illegittimo, preceduto da mobbing, da lettere di richiamo, e da tutti quei mezzucci fatti apposta in questo Paese per rovinare la vita a un lavoratore. Venne il licenziamento, con tanto di lettera raccomandata spedita in piene ferie. E in seguito tutti quegli altri eventi che segnano le giornate di quanti hanno la sorte di attraversare simili marosi. Ancor oggi non posso fare a meno di provare apprensione al suono del campanello di casa, col pensiero a quella raffica di raccomandate che segnarono quei mesi, come tante stazioni di una via crucis. Per la cronaca, la causa del lavoro che intentai all’Azienda, assistito dalla Camera del lavoro di Milano, si risolse in un risarcimento irrisorio: l’Azienda aveva meno di 15 dipendenti, quindi niente articolo 18! Di quei mesi preferisco ricordare la tenerezza di mia figlia che all’epoca aveva sei mesi e che trascorse con me i successivi due anni. Tanti ne passarono prima di riuscire a trovare un nuovo lavoro.
Era il 2004, Facebook e Twitter non esistevano ancora, i blog andavano per la maggiore, ricordo ancora l’istante in cui decisi che il mio blog si sarebbe chiamato così: La tenda nel deserto. Doveva essere un luogo caro e accogliente dove trovare conforto, per me e per quanti l’avessero incontrato nel loro navigare quotidiano. Una tenda nel deserto, appunto. Non so se sia riuscito nel mio intento. In sei anni da qui è passata tanta gente. Con qualcuno è nata un’amicizia virtuale che ancora dura. Con altri ci siamo persi di vista, come talvolta accade anche nella vita reale.
Perché proprio un blog? Perché in quei mesi avevo scoperto la scrittura come terapia, scrivere per sentirmi libero e vivo. Scrivere per ribellione. Scrivere per attraversare la notte. E allora venne il blog. E vennero due romanzi che mi divertii a scrivere, fra un cambio di pannolini e un colloquio di lavoro. Un romanzo ambientato nel Medioevo, nel basso Medioevo, e fu meraviglioso viaggiare nel tempo e nello spazio, catturato dall’epopea di Dolcino. E poi un altro ambientato ai nostri giorni, a segnare quello che rappresentarono per tutta una generazione, le giornate di Genova del 2001. Proprio ieri conversando su Fb con un’amica che conosco da pochi mesi, ma che, pazza com’è, ma pazza sul serio, è riuscita in breve a diventare la mia migliore amica, scopro di un suo passato dai rossi dreadlocks, e gli anfibi, e Genova appunto. Genova. Genova che ancora ferisce, con quello sparo che squarcia l’aria di Piazza Alimonda. E poi ci sono le sue gonne fiorite e i braccialetti tintinnanti. Scopro insomma una somiglianza che m’ha sconcertato con la protagonista di quel mio romanzo di cinque anni fa. Coincidenze? No. Sarebbe una coincidenza se la vita fosse governata da Apollo, dalla linearità della logica. Le coincidenze sono il momentaneo e fortuito incrociarsi di linee rette in un universo che è vuoto ordine geometrico. Ma la vita, grazie al Cielo, non è nulla di tutto questo. La vita è figlia del caos, e Dioniso la governa. E quando prende a spirare il ghibli, bisogna assicurare le corde della Tenda, e rifugiarsi in essa. Tanto il ghibli passa ed è vano porsi troppe domande sull'esistenza. E poi, il firmamento che si scorge dal deserto è uno spettacolo che vale tutta una vita.









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