Chiudo di rado le imposte per la notte, sono convinto che giovi all’organismo e al bioritmo l’esposizione al ciclo luminoso della giornata. Così l’altra notte, a causa dell’ennesimo temporale di questo giugno piovoso, la casa era tutta quanta illuminata da fiammate di lampi senza tuono, strappi di luce silenziosa che squarciavano il buio delle stanze e parevano fotografare gli oggetti e i dettagli.
Sono stato svegliato nel cuore della notte da A. che chiamava disperata dal suo lettino. Mi sono alzato a tentoni, con gli occhi e la mente ancora immersi nelle profondità del sonno.
<<Cosa c’è? Il solito incubo?>>
<<Si, papà>>.
<<Dai, vieni nel lettone!>>
La prendo per mano.
<<Ti ho svegliato, papà?>>
<<Beh… no, no… No, ero già sveglio>>.
<<Ho capito: le tue solite preoccupazioni, il partito>>.
<<Ecco… si… più o meno…>>
Un nuovo lampo improvviso pare volerci segnare il cammino verso il lettone.
<<E anche stanotte la mamma dorme sul divano…>>
<<Già>>.
Ci corichiamo. La copro con la trapunta.
<<Perché la mamma dorme sempre sul divano?>>
<<Non so, chiedilo a lei. Dormiamo adesso, ché papà è tanto stanco>>
<<Papà?>>
<<Si>>.
<<In realtà sono tanto agitata, perché domani è l’ultimo giorno di scuola>>
<<Uhm uhm>>
<<Sei fiera di me?>>
Sorrido nell’oscurità:
<<Si, sono fiero di te>>.
<<Buonanotte papà>>.
<<Buonanotte>>.
Cerco di riprendere sonno, ma le sue parole mi hanno fatto andare col pensiero al suo primo giorno di scuola, e sembra ieri. Penso che è già passato un anno, e intuisco che questo istante, il buio della notte di giugno, la notte rischiarata dai lampi, le sue paroline, questo istante appartiene a quegli istanti destinati a non esser preda dell’oblio.









Ultimi commenti