Il Festival di Venezia appena concluso, ci ha consegnato le tradizionali polemiche verso una manifestazione che, come una coperta troppo corta, pare non riuscire più ad accontentare nello stesso tempo l’Organizzazione della Biennale, la critica cinematografica, il pubblico e infine il Governo. Una maggiore attenzione alla ricerca stilistica, che indubbiamente da qualche decennio caratterizza il Festival, finisce per scontentare il Governo che finanzia la manifestazione, spesso più attento alla cifra commerciale delle opere in concorso che alla loro qualità artistica. Quanto alla disattenzione del grande pubblico italiano, non possiamo che ripetere quanto scritto in altre occasioni: l’analfabetismo culturale di ritorno indotto da una televisione ignorante e cafona, al termine di un assalto che dura ormai da trent’anni, produce tutti i suoi effetti. Inedita invece la polemica nata in ultimo, da alcune sfortunate affermazioni del ministro Bondi, che ha attaccato frontalmente Organizzazione e Giuria, eleggendosi per l’occasione a critico cinematografico del Festival e a critico d’arte della Biennale. E sarebbe ancora buona cosa, se questi attacchi non si prestassero ad essere letti come l’ennesimo assalto a un ambiente culturale che riesce ancora a muoversi fuori dal coro dell’ideologia unica. O addirittura come le bizzosità scioviniste dell’Uomo di Stato che non vede premiato il Cinema italiano, dimentico delle difficoltà in cui il Cinema italiano si dibatte, dopo l’azzeramento dei finanziamenti di governo di cui un tempo godeva.
Non c’è dubbio comunque che il Cinema italiano andrebbe rivalutato. Le opere che anche quest’anno sono state presentate in concorso e fuori concorso, meritavano ben diversa accoglienza.
In questi giorni Sky sta trasmettendo sui suoi canali dedicati al Cinema “Lo spazio bianco”, film di Francesca Comencini tratto dal romanzo omonimo di Valeria Parrella, presentato al Festival del Cinema dello scorso anno fra la disattenzione del pubblico e il plauso della critica.
In una Napoli invernale e fuori dagli schemi la protagonista, insegnante di scuola serale, deve affrontare una maternità improvvisa e tardiva. Il parto prematuro la obbliga ad affrontare l’incubo dell’attesa davanti all’isolamento di un’incubatrice. La solitudine di esistenze che s’incontrano e si lasciano, costituisce l’elemento che accompagna costantemente lo spettatore, anche quando la narrazione si scioglie in incontri casuali e ricchi di umanità. Eccellente la prova recitativa della Buy, nei panni della protagonista, che si conferma come una delle nostre migliori attrici. Eccellente pure la regia di Francesca Comencini che tratteggia la narrazione con il suo realismo consueto, lo stesso di “Carlo Giuliani, ragazzo” (2002) e di “Mobbing - Mi piace lavorare” (2003) e di “A casa nostra” (2006), qui rinnovato tuttavia da tratti surreali e colori onirici che in qualche modo paiono richiamare il bianco del titolo. Un bianco invernale, freddo, in cui si riflette il gelo in cui si dibattono le esistenze, capace di scaldarsi solo negli amplessi ripresi e descritti con cruda discrezione. Ma ancora una volta è la solitudine a prevalere in ogni fotogramma, in ogni scena, amplificata dal rito che la protagonista celebra giorno per giorno davanti all’incubatrice, obbligata a scoprire la dimensione nuova dell’attesa. Allo spettatore viene trasmessa l’angoscia di questa attesa che pare sempre sul punto di degenerare nel dramma, cui fa da contraltare l’altra, degli alunni maturi della scuola serale che si avviano agli esami come tanti scolaretti. Lo spazio bianco è quello dell’ecografia che rivela la presenza di una vita che nasce; lo spazio bianco che gli alunni attempati devono riempire sui grandi fogli a righe dei banchi di scuola; bianco come l’attesa, bianco come la solitudine, bianco come l’atto creativo. E tuttavia sbaglieremmo se leggessimo nella pellicola, come pure è stato fatto, un riflusso della Comencini dalle tematiche sociali dei precedenti lavori, a tematiche più intimiste. Poiché in questo spazio bianco e freddo dell’animo finiscono per risaltare maggiormente i colori rarefatti della solidarietà civica e dell’umanità. Il disastro civile e sociale di questo Paese, che la Comencini ci ha narrato nei suoi precedenti film, pare aver concluso del tutto la propria parabola. Non sappiamo se “Lo spazio bianco” rappresenti l’estremo tentativo di salvezza, la zattera a cui aggrapparsi, prima che la tempesta finisca per sommergere definitivamente tutto. Oppure un nuovo approdo, verso cui orientarsi, per ricostruire la convivenza civile e sociale.
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