Un altro due di agosto è passato con le manifestazioni di sempre, i cortei, le polemiche per una verità che attende da troppo tempo. Come ogni due di agosto scorro quei nomi, la loro età, osservo quegli sguardi a cui è stato rubato il futuro. Mi aggiro in rete e ancora mi smarrisco nelle immagini terribili dei soccorsi che ho visto decine di volte, in quelle parole vecchie di 31 anni che ancora mi danno emozione e scoramento, e il pianto di quel Presidente indimenticabile.
FLASHBACK
Fa caldo. Torniamo dal mare esausti. Come ogni volta: il cancello che cigola, le siepi di pitosforo e buganvillea ad attenderci, il grande ulivo proprio al centro del giardino dei nonni. Il sole del Mediterraneo a picco sulle nostre teste, spietato. Il portone con la vetrata vetusta ci accoglie. Il nonno è davanti alla televisione per il rito del telegiornale: e questo è normale. Ma c’è anche la nonna, e questo non lo è. Ci guardano attoniti, mentre nella stanza gracchia la voce del giornalista. Papà capisce al volo e dice: <<Una bomba>>!? Il nonno risponde sbattendo le mani sui braccioli della poltrona, con rabbia. Ci precipitiamo davanti allo schermo, cercando chissà quali immagini. E le immagini ci sono. <<Adesso daranno la colpa ai fascisti!>>, esclama infastidita la nonna. Io l'ascolto, senza immaginare che questa esclamazione terribile mi rimarrà per sempre in testa, e intanto avverto il fastidio della salsedine sulla pelle e penso che vorrei essere ancora al mare, alla Marinella, e svegliarmi sotto l’ombrellone e scoprire che è tutto un sogno, un brutto sogno.
FLASHBACK
Ascolto i miei genitori che parlano sotto l’ombrellone. Papà ha appena detto che quest’anno ha trovato il nonno molto invecchiato. Io mi smarrisco nel riverbero della Marinella e penso che forse è l’ultima estate che passiamo col nonno. Sul giornale c’è scritto che è trascorso un anno dalla strage di Bologna. Sotto l’ombrellone fa un caldo insopportabile, sono le due del pomeriggio eppure ancora ce ne stiamo ad arrostirci catturati dal sole della Marinella, sordi alla fame, incapaci di sottrarci a tutta quella luce. La spiaggia d’agosto è deserta. Poco lontano da noi solo dei ragazzi, i figli dei pescatori. Hanno la pelle arrostita dal sole. Parlano un dialetto stretto stretto, col tono di voce dei calabresi che urlano anche quando devono parlare. Le ragazze sono scure e bellissime, e non si curano delle proprie nudità che s’intuiscono benissimo sotto i costumi consunti dal tempo e dal mare. Sono incantato dai riflessi dell’acqua, decido di bagnarmi ancora una volta. Salto da un masso all’altro, con le braccia ben aperte per non perdere l’equilibrio, con gli occhi all’azzurro luminoso del mare che sogno freddo e rinfrescante. Invece l’acqua è calda, un mare caldo come non lo troverò mai più, in tutta la mia vita. Nuoto in quel tepore e m’immagino le correnti vulcaniche, i flussi sottomarini che possano aver generato quel brodo in cui sono immerso, come un brodo primordiale. Prendo il largo, a grandi bracciate, senza curarmi dei genitori che mi fanno cenno di uscire, ché bisogna tornare a casa. Continuo a nuotare verso l’azzurro. In lontananza mi pare già di scorgere lo Stretto, i traghetti, Messina immersa nella foschia.
FLASHBACK
La traversata dello Stretto è stata rapida e tranquilla. La mamma sta dicendo qualcosa a mio fratello. Con noi non c’è papà: mi hanno già spiegato che papà ci ha preceduto, lo aspettavano in Università. Stiamo andando al suo esame di Laurea, mi hanno detto, ma io non ho ancora capito cosa sia un esame di Laurea. Scendo dal traghetto per mano ai grandi. Attraversiamo un corridoio che a me, bambino, pare gigantesco. C’è un mosaico monumentale. Mi libero e corro a osservarlo: ci sono degli uomini seri seri che mi fissano, hanno attrezzi da lavoro in mano; e poi ce ne sono altri con delle divise e degli strani bastoni, come tante insegne. E in alto un uomo con la pelle scura e il vestito bianco, la mano destra alzata. <<Chi è?>>, domando alla mamma. <<Mussolini>>, risponde la nonna sbrigativa, e afferra la mia mano. Usciamo all’aperto e ci affrettiamo, mentre un jukebox in lontananza canta di certi ragazzi che vendono i libri all'uscita di scuola. La strada per l’Università mi pare breve. <<Quando arriviamo dovete stare buoni e in silenzio>>, ci spiegano. A me attrae soprattutto l’ascensore, non sono mai stato su un ascensore e questo mi pare grande e lucente d’acciaio. Il salone è immenso, c’è tanta gente seduta, giovani che sorridono, gente che parla piano, e proprio in fondo al salone un grande tavolo con certi uomini e donne vestiti con buffi abiti neri e una coccarda. E in mezzo a loro c’è anche il nonno Luigi, anche lui con lo stesso abito nero e la stessa coccarda. Ci sediamo e chiamano il nome di papà. E quando lo chiamano, il nonno Luigi si alza e lascia il salone. Non capisco perché se ne vada proprio adesso che arriva papà. Lo osservo e mi pare che abbia lo sguardo triste.
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