Un paio dei miei affezionati lettori s’è lamentato con un paio di garbate mail per la mia lunga latitanza dal blog. Me ne scuso, ma non ho mai pensato che la mia vita virtuale sul web potesse sostituire quella reale: tanti sono gli impegni e le responsabilità a cui devo far fronte.
Due giorni fa, mentre le voci sui tagli della manovra finanziaria si rincorrevano senza trovare conforto in uno straccio di documento ufficiale, l’unica certezza pareva essere la firma di Napolitano, mister mille firme. Napolitano deve firmare e deve farlo entro lunedì: l’apertura dei Mercati non può trovare il Paese impreparato. All’improvviso il Paese si svegliava dal lungo, beato sonno indotto dal premier, principe degli ottimisti, per scoprirsi nel bel mezzo di quella che ormai si palesa come la peggiore crisi economica di sempre. Nel bel mezzo della tempesta perfetta. Poveri italiani, che credevano di esserne immuni, che davvero si cullavano sull’infantile fiaba del vecchio pifferaio!
Ma non è di questo di cui voglio scrivere. Oggi mi piace riflettere invece sulla più perfetta delle contraddizioni, data in pasto alla popolazione a suo ennesimo detrimento. Giacché se è un decennio almeno che si parla dell’emancipazione della Finanza dall’economia reale, e taluni lo scrivevano anche 40 anni addietro con rara capacità premonitrice, si tenta poi di metter riparo alla crisi ancora con gli strumenti tradizionali di un mercato finanziario specchio dell’economia reale. Come se ci trovassimo ancora nel ’29. Ché se così non fosse che senso avrebbe la corsa alla firma di Napolitano prima dell’apertura dei Mercati? Quando è ormai lampante che quegli stessi Mercati tramano unicamente per moltiplicare i profitti di pochi, e dunque si nutrono degli stessi strumenti messi in campo dai Governi per provare a metter riparo alla crisi. Come la tempesta che si balocca degli argini messi apposta per limitarla, e con la forza delle sue onde oltrepassa gli argini, e li scuote, e li scaglia contro quegli stessi che li avevano costruiti nel tentativo di mettersi al riparo. E difatti all’apertura dei Mercati, ecco i profitti che si levano e si gonfiano, approfittando della boccata d’ossigeno graziosamente elargita dal Governo, cui puntuale segue la grande svendita con i titoli gonfiati messi all’incasso e milioni di euro, questi sì espressione dell’economia reale, bruciati sull’altare della stoltezza umana. S’era già visto all’indomani dei fatti di Grecia, dopo il fine settimana del terrore, quando pareva che l’euro fosse prossimo al baratro: i Governi varano misure lacrime e sangue per i soliti avvezzi alle lacrime e al sangue; i Mercati fanno festa e accorrono al banchetto imbandito; i giornali lautamente foraggiati da Governi e industria cantano la fine dell’emergenza; neanche 48 ore e tutto è già finito, la Finanza, come un grande Leviatano, ha già divorato e digerito l’ennesimo sforzo economico di Paesi e popoli sempre più indebitati, cagando soddisfatta sulla loro stoltezza.
Siamo a un tornante della Storia, proclamava solenne Tremonti un paio di giorni fa, subito rimbrottato dagli alfieri dell’economia reale incapaci di comprendere questo parlare immaginifico. Anche se con argomentazioni differenti, possiamo scrivere che aveva ragione. Questo sistema ha imboccato ormai l’ultimo binario dell’ultima tratta. Davanti a noi il baratro. Davvero pensavamo che il Capitale sarebbe stato in grado di sopravvivere a lungo alla fine del Marxismo?
La Tenda nel deserto danzerà gioiosa intorno al rogo che illuminerà la notte della Storia.









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